Agatha Christie – Carte in tavola * Le mie letture

(titolo originale “Cards on the Table”; pubblicato nel 1936; trad. Grazia Griffini, edizione italiana da me letta del 1983)

Ho scelto di leggere questo romanzo perché fra i cinque che contano fra i protagonisti l’ispettore Battle è il terzo ad essere stato pubblicato. I primi due sono, nell’ordine, “Il segreto di Chimneys” e “I sette quadranti”.

In realtà questa storia vede ben quattro dei personaggi ricorrenti nei gialli della Christie: oltre all’ispettore Battle ci sono infatti Poirot, Ariadne Oliver e il colonnello Race.

La vicenda ha inizio con un invito a cena: Shaitana, un eccentrico collezionista cui piace assumere atteggiamenti mefistofelici, invita Poirot promettendo di mostrargli una collezione molto particolare ovvero quattro assassini. Quando l’investigatore belga si presenta a casa di Shaitana, vi trova anche la scrittrice di gialli Ariadne Oliver, il colonnello Race e l’ispettore Battle. Poco dopo arrivano gli altro quattro invitati, fra i quali si cela – stando alle convinzioni di Shaitana che lui stesso ha confidato a Poirot– almeno un assassino.

Dopo la cena vengono organizzati due tavoli di bridge, uno con i quattro investigatori e uno con i quattro presunti assassini, mentre il padrone di casa si mette a sedere in poltrona. Alla fine della serata, quando il soprintendente Battle si alza dal tavolo per tornare a casa e va a salutare Shaitana scopre che questi è morto, pugnalato con uno stiletto.

È subito chiaro che l’omicidio è stato commesso da uno dei quattro ospiti.

Il sovrintendente Battle, insieme a Poirot, Ariadne e Race, interroga tutti, senza ovviamente riuscire a individuare il colpevole. I quattro investigatori sono concordi nel ritenere che il movente dell’omicidio sia da trovare nel passato dei quattro ospiti perché Shaitana durante la cena aveva lasciato cadere un’allusione che avrebbe potuto mettere in allarme chi si fosse macchiato di un precedente delitto.

Tutti e quattro portano avanti le indagini, ritrovandosi per confrontare le informazioni acquisite. Il titolo “Carte in tavola” si riferisce sia a questo (ognuno mette a disposizione degli altri le proprie carte cioè scoperte) e al fatto che l’omicidio è stato commesso durante le partite di bridge, e, per forza di cose, dal giocatore che in quel momento era morto, ovvero aveva messo le proprie carte sul tavolo e poteva alzarsi e muoversi per la stanza.

Non manca qualche colpo di scena prima della soluzione finale e perfino un rapido tocco di rosa.

Il mio riassunto termina qui, perché detesto chi rivela troppo di un giallo… Una lettura piacevole, come la maggior parte dei gialli di questa scrittrice, almeno per chi apprezza il genere.

Pare che il personaggio di Ariadne Oliver sia una sorta di autoritratto, dipinto con molta ironia. È infatti una scrittrice di gialli che hanno come protagonista un investigatore finlandese, che però la stessa autrice (cioè Ariadne) afferma di tenere in scarsa considerazione. 

L’idea di Agatha Christie di far collaborare quattro dei suoi personaggi-investigatori è divertente e mette in evidenza i loro differenti caratteri e le loro differenti tattiche.

cover Carte in tavola

Riporto adesso qualche brano in cui si può notare, ancora una volta, l’ironia della Christie e anche qualche tratto caratteristico di due dei personaggi.

Nel primo Ariadne parla dei suoi romanzi:

«… Quello che importa, in fin dei conti, è un certo numero di cadaveri! Se la storia sta diventando un po’ piatta e noiosa, non c’è di meglio di un po’ di sangue per ravvivarla. Qualcuno sta per raccontare qualcosa… ed ecco che lo uccidono prima che ci riesca. È un sistema che funziona sempre alla perfezione. Lo metto in tutti i miei libri… naturalmente sotto diversa forma. E poi, la gente adora i veleni che non lasciano tracce e gli ispettori di polizia non molto brillanti e le ragazze legate mani e piedi, in cantine dove filtra un gas di scarico oppure entra a cascata dell’acqua (a dir la verità è un modo comodissimo di uccidere chiunque), e c’è un protagonista che è capace di mettere fuori combattimento da tre a sette farabutti con una mano sola. Ormai ho scritto trentadue romanzi… e, naturalmente, sono tutti uguali, come sembra che abbia osservato il signor Poirot… mentre nessun altro se n’è accorto… e se rimpiango una cosa… è che ho voluto che il mio investigatore fosse un finlandese. Non è che ne sappia molto sui finlandesi! Tanto è vero che continuo a ricevere lettere dalla Finlandia di gente che mi fa notare qualcosa di impossibile che ha detto o fatto il mio personaggio. Sembra che in Finlandia leggano un sacco di romanzi polizieschi. Immagino che la colpa sia di quegli inverni lunghissimi, nei quali la luce del giorno è molto ridotta. Invece in Bulgaria e in Romania non sembra che leggano affatto. Sarebbe stata un’idea migliore se avessi deciso che il mio investigatore fosse un bulgaro.»

In questo dialogo (fra Poirot e il maggiore Despard, uno degli indiziati), invece, vediamo Poirot brillare per la consueta modestia

«… In certe cose è un errore mostrarsi testardi. Se una persona ha fatto uno sbaglio tanto vale che lo riconosca.»
«Tuttavia, ho l’impressione che voi, maggiore Despard, non dobbiate commetterne spesso, di sbagli!»
«Ne facciamo tutti, signor Poirot.»
«Alcuni di noi» ribatté Poirot con una certa freddezza, «ne fanno meno di altri.»
Despard lo guardò attentamente, ebbe un lieve sorriso, e domandò: «Vi è mai capitato di prendere una cantonata, signor Poirot?»
«L’ultima volta successo ventotto anni fa» disse Poirot in tono pieno di dignità. «Ed anche allora, le circostanze erano tali che… ma non importa.»

di nuovo Ariadne, interrotta da una visitatrice mentre stava scrivendo:

«… Vi ho forse interrotta, o… qualcosa di simile?» mormorò con il fiato mozzo.
«Bé, sì e no…» disse la signora Oliver. «Come potete vedere, effettivamente sto lavorando. Ma quel mio sciagurato finlandese si è cacciato in un terribile imbroglio. Dopo una serie di deduzioni brillantissime ricavate da un piatto di fagiolini, adesso ha appena finito di scoprire un veleno mortale nel ripieno di salvia e cipolle dell’anatra che si mangia di solito per San Michele e adesso mi è venuto in mente, come una folgorazione, che a San Michele, ormai, l’epoca dei fagiolini è già finita.»

e infine di nuovo su Poirot, la descrizione di un suo biglietto da visita:

Era uno dei suoi biglietti da visita più vistosi e pretenziosi. In un angolo vi erano stampate le parole “Investigatore Privato”. Li aveva scelti appositamente in quello stile per ottenere un colloquio con le persone appartenenti al cosiddetto “gentil sesso”. Praticamente nessuna donna, che fosse ben sicura della propria innocenza o no, si sarebbe mai lasciata sfuggire l’occasione di dare un’occhiata a un investigatore privato e di scoprire ciò che desiderava.

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