Agatha Christie – Verso l’ora zero * Le mie letture

(titolo originale “Towards Zero”; pubblicato nel 1944; trad. Lia Volpatti, edizione italiana da me letta del 1986)

Fra i romanzi in cui compare l’ispettore Battle questo è, insieme a “Il segreto di Chimneys”, quello che mi è piaciuto di più.

In questo romanzo è proprio Battle, adesso sovrintendente di Scotland Yard, a dirigere le indagini, anche se in realtà sarebbe in ferie, per dare una mano all’ispettore di polizia locale, Jim Leach, suo nipote.

L’omicidio avviene circa a metà del libro; fino a quel momento il lettore assiste a un crescendo di tensione e avverte che qualcosa sta per succedere, che si sta andando verso l’ora zero, appunto, quella in cui qualcuno ucciderà qualcun altro. È un’atmosfera che si fa sempre più insopportabile e il modo in cui la Christie riesce a dipingerla e a farla sentire – a mio parere – è uno dei pregi del romanzo.

cover Verso ora zero

Dopo l’omicidio entrano in scena Jim Leach e Battle, che era apparso anche all’inizio, alle prese con un problema che la figlia aveva presso la scuola in cui la ragazza studiava.

I due poliziotti interrogano, cercano, considerano gli indizi, senza lasciarsi ingannare dalle apparenze, fino a giungere alla soluzione. Battle studia molto la psicologia delle persone coinvolte e a questo proposito, parlando con il nipote, cita perfino Poirot:

«Vorrei sapere perché continua a tornarmi in mente Hercule Poirot…»
«Vuoi dire quel belga… quell’omino tanto comico?»
«Comico un corno!» sbottò Battle. «È pericoloso e infido come una pantera, un cobra. Ecco quello che è, quando finge di comportarsi come un saltimbanco. Vorrei che fosse qui… è proprio il genere di delitto adatto ai suoi metodi.»
«In che senso?»
«Psicologia» spiegò Battle. «Psicologia pura… non quella dei ciarlatani che pretendono di saperne di più. … Vera psicologia, cioè sapere esattamente cos’è che fa girare le ruote. “Fate parlare un assassino più che potete”, è uno dei suoi motti. Sostiene che tutti, prima o poi, sono tentati di dire la verità perché, in fondo, è più facile che raccontare bugie. E quindi si lasciano scappare qualcosa che non ritengono importante… e questo è il momento in cui li cogli in fallo.»

Ma anche Battle ha i suoi metodi per cerare di capire le persone:

Il sovrintendente Battle osservò i visi rivolti verso di lui. Stava soppesandoli, secondo i suoi sistemi particolari. Era un suo modo non del tutto ortodosso di osservare le persone. Indipendentemente dal fatto che la legge esige di considerare la gente innocente finché non ne sia stata provata la colpevolezza, Battle riteneva sempre le persone coinvolte in un delitto dei potenziali assassini.

L’autrice, nelle prime pagine del romanzo, lo presenta come un uomo che un delinquente può essere portato a sottovalutare, mentre invece è un ottimo investigatore:

Il sovrintendente Battle, seduto al tavolo della colazione, leggeva attentamente, con le mascelle contratte, una lettera che la moglie, piangendo, gli aveva appena consegnato. Il suo viso impenetrabile sembrava scolpito nel legno. Battle non aveva mai dato l’impressione di un uomo dalle facoltà brillanti. Anzi, non era decisamente un uomo brillante, ma aveva altre qualità, difficili a definirsi, che ne facevano, comunque, un personaggio di polso.

Ecco per esempio una delle sue qualità:

Battle uscì dalla stanza e cominciò a fare quello che aveva avuto intenzione di fare prime che … lo fermasse. Era un uomo metodico. Aveva bisogno di certe informazioni e una nuova, benché promettente, traccia non doveva distoglierlo dalla programmata routine dei suoi compiti.

Infine una riflessione – che trovo interessante a prescindere dalla storia – di un personaggio che riveste alla fine un ruolo di un certo rilievo nella vicenda e che all’inizio del romanzo tenta di suicidarsi, senza successo. L’infermiera che lo ha curato gli ha detto che di solito nessuno riprova a uccidersi e, dopo che è stato dimesso dall’ospedale e che un uomo gli ha appena offerto un lavoro (essere disoccupato era stato uno dei motivi che lo aveva spinto al suicidio), lui si rende conto che quell’affermazione corrisponde alla realtà, almeno per lui:

Era anche vero che ora non aveva più voglia di riprovarci. Quella fase era superata. Non ci si può togliere la vita a sangue freddo. Ci devono essere degli stimoli: disperazione, passione, dolore. Non si può commettere un suicidio solo perché a un certo punto ti accorgi che la vita non è altro che una girandola di eventi inutili.

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