Cranford – Elizabeth Gaskell * impressioni di lettura

(titolo originale Cranford, 1851-1853; letto nell’edizione 2015, Lit edizioni, trad. Carlotta Piombi)

(attenzione, alla fine spoiler)

La versione italiana che ho letto riporta come sottotitolo “Il paese delle nobili signore”, che è una descrizione davvero calzante del romanzo e del paese (di fantasia) di Cranford.

L’io narrante è Mary Smith, giovane donna che si reca spesso in visita a Cranford presso due anziane sorelle, le signorine Jenkyns, Deborah e Matilde detta Matty.

cover Gaskell - Cranford

Queste signorine e il gruppo di altre persone che frequentano (composto di zitelle e di poche vedove) sono legate in modo incredibile alle buone maniere e a un certo modi di vivere a cui non rinunciano nonostante – almeno per alcune – le condizioni economiche non siano proprio floride. In un paese come Cranford tutto è tranquillo ma per le nubili protagoniste ogni piccolo evento costituisce una novità incredibile e un interessante argomento di cui parlare e su cui fare ipotesi per più giorni.

L’ingenuità e la credulità delle protagoniste e delle loro amiche sono grandi e sono oggetto dell’ironia della Gaskell, ironia abbastanza bonaria, filtrata dalla presenza della narrazione in prima persona.

Le abitudini e le convinzioni di queste nobili signore fanno decisamente sorridere e sono difficili da credere per una persona che ne legge nel 2020.

Per esempio, quando Lady Glenmire, la cognata della signora Jamieson, vedova benestante, sta per venire ad abitare con lei, dopo essere rimasta vedova a sua volta, le altre signore entrano in crisi per per quanto riguarda il modo con cui sia opportuno rivolgersi a lei, in quando “lady”; in particolare è preoccupata la signorina Matty che, quando Mary Smith le chiede chi è lady Glenmire, le risponde così:

«Oh, è la vedova del signor Jamieson… cioé del secondo marito della signora Jamieson… Voglio dire la vedova del fratello maggiore del suo secondo marito. La signora Jamieson nasceva Walker, era figlia del governatore Walker… “Sua Signoria”… Mia cara, se si decide per questo appellativo, mi devi permettere di fare un po’ di esercizio con te, perché mi sentirò smarrita e mi salirà il sangue alla testa, quando dovrò usarlo per la prima volta con Lady Glenmire.»

Quando le signore e signorine finalmente vengono invitate dalla signora Jamieson per conoscere la cognata, indossano tutte un cappellino nuovo – espressione della massima eleganza per loro – e la signorina Pole indossa ben sette spille: Mary Smith riferisce la posizione di tutte eccetto che per la settima, pur essendo sicura di avergliela vista indosso.

La serata procede con un certo imbarazzo, tutte cercano un argomento di conversazione abbastanza elevato che possa interessare Sua Signoria. Per esempio scartano l’aumento del prezzo dello zucchero, non avendo la certezza che la nobiltà mangiasse le conserve che invece loro – massaie – preparavano. Dopo aver bevuto il tè il ghiaccio si rompe, anche perché Lady Glenmire è una persona cordiale e le altre non si sentono più tanto in soggezione.

Qualche tempo dopo, Lady Glenmire si fidanza con il dottor Hoggins, il medico di Cranford – non nobile e di modi non molto raffinati secondo il giudizio delle varie signorine. La novità stupisce in molti e la signorina Matty ne è perfino sconvolta, perché negli ultimi quindici anni solo una sua conoscente aveva annunciato il proprio matrimonio. Le reazione delle amiche inducono Mary Smith a questa riflessione, che suona un poco amara:

Non so se risponda a una mia idea o a realtà, ma ho notato che, subito dopo l’annuncio di un fidanzamento in una cerchia di persone, le donne nubili che fanno parte di quel gruppo sono assalite da un’insolita felicità e dal desiderio di indossare abiti nuovi, come se volessero annunciare in modo silenzioso e inconsapevole: «Siamo nubili anche noi.»

Il romanzo è quasi una serie di episodi, ogni capitolo infatti racconta sostanzialmente un evento, e con evento si intendono avvenimenti come quelli che ho portato per esempio e altri ancora più insignificanti (almeno ai nostri occhi); ve ne sono solo due, alla fine, più rilevanti, la perdita di valore delle azioni della signorina Matty, che si trova perciò ad avere una rendita insufficiente per vivere e il ritorno dall’oriente del fratello di lei, che era partito decine di ani prima e di cui non avevano più avuto notizia (gli scrive Mary Smith).

Un testo piacevole, che fa sorridere per l’assurda ingenuità (e ignoranza, del resto inevitabile visto il periodo storico in cui è ambientato il romanzo) e che è interessante proprio per la descrizione della vita di queste persone. La nota di ironia che vi ho colto non l’avevo ancora scoperta nella Gaskell, di cui ho letto altri tre libri, di argomento e tono decisamente più drammatici.

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